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Da Facebook a Meta il rebranding non innovativo ma necessario

Facebook cambia il nome della società per evitare “confusione e imbarazzo” nel condividere il nome societario ma è realmente questo il motivo dietro meta?

Lo scandalo Cambridge Analytica

È il 17 Marzo 2018 quanto The Guardian,The New York Times e Channel 4 pubblicano i loro articoli, in contemporanea, facendo scoppiare la bomba Facebook-Cambridge Analytica. La società aveva raccolto, nel 2016, i dati personali di 87 milioni di account Facebook senza consenso. Lo scandalo scoppia grazie a Christopher Wylie e Brittany Kaiser, business director in Cambridge Analytica.

Scritta così sembra una cosa grave ma se ci aggiungiamo che tali dati sono stati utilizzati per influenzare l’opinione pubblica la questione diventa molto più grave.

Cambridge Analytica è stata pagata per utilizzare le informazioni provenienti dalla violazione per le campagne elettorali di Donald Trump e Ted Cruz, la Brexit del 2016 e elezioni del Messico del 2018.

In seguito a quanto accaduto il 10 aprile 2018, Mark Zuckerberg è stato chiamato a testimoniare al congresso affermando

È stato un mio errore, e ne sono dispiaciuto. Io ho creato Facebook, io lo mando avanti, e sono io il responsabile di ciò che accade.

Dopo la diffusione di tutte queste informazioni ho iniziato personalmente ad interessarmi in modo molto approfondito sulla questione documentandomi il più possibile perchè non mi ero mai posto il problema di cosa si celasse dietro un semplice “Accetta” presente in uno dei tanti cookie banner sparsi sull’ internet.

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La dittatura dei dati (Targeted: The Cambridge Analytica Whistleblower’s Inside Story of How Big Data, Trump, and Facebook Broke Democracy and How It Can Happen Again) e Mindf*ck: Cambridge Analytica and the Plot to Break America sono stati tra i testi più interessanti che ho letto dove la Kaiser e Wylie analizzano come la società abbia sfruttato quei dati per modellare un “profilo” dell’elettore tipo. In questo modo era possibile sapere chi e come era influenzabile attraverso le giuste campagne pubblicitarie.

This is a personal tip!
Se ti interessa l’argomento ti consiglio anche la visione del documentario The Great Hack - Privacy violata, di Netflix, che racconta il lavoro di Brittany Kaiser in Cambridge Analytica

Da un punto di vista tecnologico l’uso di algoritimi sui Big Data è un argomento molto interessante ma la questione assume un’accezione completamente differente se l’uso di queste tecniche è volto ad influenzare l’opinione pubblica su temi sensibili come il voto o anche se farsi inoculare o meno il vaccino anti covid-19 (Per fare un esempio contemporaneo).

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Dopo l’apertura di questo vaso di pandora le inchieste che hanno portato al centro FaceBook è l’uso dei dati sono state innumerevoli.

The Facebook Files: l’ultima inchiesta giornalistica su Facebook

L’ultima inchiesta del Wall Street Journal, The Facebook Files, realizzata grazie alla whistleblower Frances Haugen ex dipendente di FaceBook ha messo in evidenza come la società avrebbe privilegiato i profitti alla lotta contro la disinformazione, e sarebbe stata a conoscenza dei potenziali effetti negativi che questa scelta avrebbe avuto sulla salute mentale delle persone.

L’inchiesta The Facebook Files è sfociata nei cosiddetti Facebook Papers, 10.000 pagine contenenti documenti di vario tipo relativi alla gestione di Facebook.

Tutto questo ha messo Mark Zuckerberg in una posizione ancora più stretta a tal punto da accellerare il rebranding puntando tutto su un progetto nato poco più di sei mesi fa.

Da Facebook a Meta perchè questo cambiamento?

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Fatte tutte queste premesse possiamo arrivare alla notizia di pochi giorni fa che ha visto Mark Zuckerberg, nel corso della conferenza connect, annunciare il rebranding della società da Facebook a Meta una scelta necessaria, ma forse anche molto urgente, di cambiare rotta. Ok ma dove vuole andare Mark?

Al momento di concreto non c’è nulla se non una visione su Meta che non si limiterà a connettere le persone ma punterà al Metaverso un mondo virtuale nel quale proiettare – letteralmente – la nostra identità digitale nel quale i nostri amici si materializzeranno davanti ai nostri occhi ovunque essi siano, in cui fare sport,shopping o alto senza soluzione di continuità.

Considerando il percorso compiuto con Facebook, Instagram e WhatsApp e le suggestioni della realtà virtuale offerte da Oculus il Metaverso sembrerebbe la chiusura del cerchio ma anche il modo per immaginare una interazione social nuova senza protocolli, app e tecnologie che oggigiorno circoscrivono, e in un certo senso limitano, la nostra esperienza.

Oggi ci sono gli schermi, domani potrebbero essere gli ologrammi

Afferma Zuckerberg il che fa comprendere come per Metaverso si intende una piattaforma aperta pensata per integrare tutti i tasselli che oggi compongono la Rete non una semplice meta-rappresentazione in realtà virtuale.

Figo, verrebbe da dire ma stiamo comunque parlando di Facebook e un semplice rebranding ed una visione nuova non cambia la storia degli ultimi anni.

“La nostra mission rimane la stessa, connettere le persone”, precisa mark senza però mai dire Quale sarà il ruolo di Facebook e dei suoi algoritmi in questo nuovo metaverso social?

La domanda è lecita visto che il main business (o perlomeno il 98% di esso) è basato sulla pubblicità targetizzata e considerando tutte le varie vicende la società deve fornite risposte concrete sul tipo di rapporto che vuole tessere con noi in questo metaverso.

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Quando, nel 2009, ho aperto il mio profilo Facebook il social si usava per scambiare messaggi con amici oggi invece è una vera e propria giungla: fake news, discussioni polarizzate, video senza senso che hanno l’unico scopo di tenerci il più possibile incollati sulla piattaforma.

Facebook ha sicuramente intercettato al meglio cosa cerca la società che oggi usa i social per fare di tutto, non solo comunicare, ma anche fare business, costruirsi una reputazione e anche delle relazioni.

Certamente i Governi Nazionali hanno capito tardi che il filtro di Facebook, o delle altre tech company, è in grado di spostare tutti gli equilibri non solo quelli sociali, ma anche economici e politici.

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Che sia Facebook o Meta il brand della compagnia il nodo centrale resta sempre il modello di buisness: concedere servizi gratis in cambio delle informazioni personali. Forse prima di un nome nuovo Facebook dovrebbe pensare alla creazione di una comunicazione trasparente (e non una metacomunicazione) per non ritrovarsi in un metaverso tutt’altro che invitante: tanto bello ma vuoto di contenuti e instabile nella realtà.

Che Facebook non piaccia più come un tempo è un dato oggettivo e Mark Zuckerberg lo sa benissimo al punto tale da introdurre un concetto tanto futuristico quando ancora molto lontano dall’essere concretamente realizzabile considerando le demo mostrate in fase di presentazione sono il frutto di elaborati rendering che non hanno nulla a che fare con ciò che sarà concretamente questo metaverso.

Secondo Zuckerberg, l’attuale ciclo di cattive notizie “non ha avuto nulla a che fare con questo annuncio. Anche se penso che alcune persone potrebbero voler creare quella connessione, penso che sia una cosa un po’ ridicola. Semmai, penso che questo non sia l’ambiente in cui vorresti introdurre un nuovo marchio

Il ragionamento di Zuckerberg non fa una piega ma perchè annunciare una visione che non ha nulla di concreto nell’immediato? a voi la risposta conclusiva.

This is a personal tip!
Recentemente Zuckerberg ha rilasciato una interessante intervista a TheVerge che vi consiglio di leggere.

In copertina illustrazione di Samar Haddad